PierpaoloDeAngelis
A Berlino Est non si stava male.
Non che si potessero fare le vacanze all'estero ma tanto chi li aveva i soldi per andarci?
Un mio amico che è passato di là del muro mi ha scritto del mare, in Italia, e del cibo buonissimo. Chiaramente anche noi mangiamo ma sempre le solite cose.
Qui c’è anche un'antenna enorme, come la paura stessa del regime per le parole. Semplici parole. Una in particolare: libertà.
Fatto sta che mi capitò di essere spiato per mesi, anni senza che me ne accorgessi.
Poi un giorno un furgone grigio con la scritta “panettiere” mi ha prelevato e ho viaggiato incappucciato al buio per ore. Chissà dove sono ora, non lo so più.
Uscendo una luce abbagliante mi acceca, mi portano dentro.
Mi interrogano, giorno e notte. Vogliono sapere chi mi ha suggerito la parola libertà.
Nessuno rispondo, è un istinto che è in noi. Ridono, poi diventano seri, serissimi. E allora mi torturano, nel fisico e nella mente. Mi chiedono se lì non mi sento libero. So che è un trabocchetto. Qualsiasi cosa rispondo non andrà bene.
Tutto è grigio intorno a me come gli archivi o gli interfoni controllati.
Che buffi, non si fidano neanche di loro stessi. I telefoni interni sono controllati da un controllore in un’altra sala. E chi controlla il controllore? Non rispondono perché non sono stati arruolati per rispondere, sono stati arruolati per fare domande. Mi rimandano in cella: è piccola, sono solo.
Sveglia alle 6. Poi per tutto il giorno il letto non lo posso toccare, fino alle 22 quando si spengono le luci. Ho uno sgabello, ma non posso appoggiare la schiena.
Una guardia ogni dieci minuti controlla. Non può parlarmi anche se volesse. Solo comandi marziali: in piedi, seduto, faccia al muro.
A proposito, non si vede mai nessuno quando cammino nei corridoi. Ci sono degli interruttori come semafori, verdi e rossi che cadenzano il passaggio. Hanno paura di tutto, anche che veda un altro. Così alle volte mi tocca stare faccia al muro perché nei corridoi c’è traffico. Fa freddo.
Mi interrogano ancora, mi chiamano per numero proprio come gli altri, i nazisti.
Poi un giorno mi interrogano ancora e mi chiamano signore, con nome e cognome. Quasi piango. Ma non c’è nessuna gioia, è solo per fare allentare la diffidenza per poi stringere la corda al collo ancora più forte. Vogliono sapere i nomi. Io non li so “i nomi”.
Più tardi scoprirò che sono lì perché un vicino, spia della STASI, riportò che avevo rubato a mio padre il motorino per fare un giro quando avevo 14 anni. "Chiaro sintomo di arrivismo e propensione alla proprietà privata". E’ scritto nel mio dossier, lì davanti a me, quello con un codice senza nome e cognome.
Dopo due anni mi hanno rilasciato ma sono cambiato, ho paura di tutto.
Poi un giorno un gran baccano, la gente passava l’odiato muro e tutto è finito.
Ma per chi è stato prigioniero a Hohenschönhausen il muro non cadrà mai.
Liberamente tratto dal racconto di un ex prigioniero politico di Hohenschönhausen.
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Berlino
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L'arrivo del furgone del "Panettiere" al centro di detenzione di Hohenschönhausen. Il prigioniero incappucciato veniva fatto girare al buio per ore facendogli perdere tutti i riferimenti, inducendolo a pensare di essere chissà dove. In realtà è a pochi chilometri da casa.
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Il primo controllo. Dalla finestra sullo sfondo si può intuire la luce abbagliante con la quale il prigioniero veniva accolto: dopo aver viaggiato al buio e incappucciato per ore veniva esposto alla violenza delle lampade artificiali del garage.
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Dal primo controllo, con i dati relativi del prigioniero, si iniziava a redarre il fascicolo di detenzione.
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Il "semaforo" rosso acceso. Lampade del genere avvisavano la compresenza nei corridoi di prigionieri. Al rosso la polizia metteva faccia a muro il prigioniero per impedirgli di vedere chi stesse passando.
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In questa sala venivano ascoltati gli interrogatori che gli ufficiali della STASI compivano nella stanza attigua. Una catena continua di controlli per non far sfuggire nulla e per non indurre nessuna forma si accondiscendenza.
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Archivio contenente i fascicoli relativi ai prigionieri politici. Non c'erano nomi ma solo matricole che identificavano i soggetti.
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La cella di detenzione. Singola, per non creare nessuna socializzazione e costantemente controllata da una guardia all'esterno. Nessuna lettura, nessuno svago, niente. La tortura psicologica era spinta a livelli molto alti.
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L'interruttore che decretava le "precedenze" nei vari corridoi del carcere.
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Scrivania di un ufficiale della STASI.
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Interfoni e telefoni erano ovunque per avere costantemente la possibilità di comunicare tra i vari reparti e ascoltare i dialoghi. Anche all'interno della stessa struttura il clima di diffidenza era costante.
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In tutte le sale degli interrogatori erano presenti poster che raffiguravano le bellezze paesaggistiche della Germania con lo scopo di creare una profonda distonia nel prigioniero: costretto nella condizione di detenzione e al contempo indurlo a desiderare le bellezze del mondo esterno. Inoltre servivano a non dare un punto di riferimento preciso per intuire dove potesse trovarsi il prigioniero stesso.
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Gli interrogatori erano continui in modo da creare uno stato ancora più di disagio e incertezza nel prigioniero. Una tecnica usata consisteva, dopo l'ennesimo interrogatorio dove il soggetto veniva chiamato solo con il numero di matricola, nel chiamare per nome e cognome il detenuto. L'effetto era dirompente sul prigioniero che si apriva e lì scattava la repressione ancora più dura per giungere alle informazioni richieste.
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Il passaggio dal regime nazista a quello comunista in questa parte di Germania vedrà solo il cambio delle divise e dei colori ma per il resto le modalità di azione e struttura sarà ereditata dallo sconfitto regime. Per esempio la matricola del tutto simile al tatuaggio dei campi nazisti per schedare i prigionieri politici.
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Indipendentemente dal fatto che il prigioniero potesse essere portato o no all'interno di una determinata stanza, la modalità di arredo era sempre la stessa soprattutto nelle riproduzioni alle pareti. La grande differenza rispetto al nazismo, basato su violenza ed eliminazione fisica, è che nel regime comunista il punto di attenzione si sposta sulla parte psicologica con tecniche sofisticate e crudeli, rendendo i prigionieri completamente inermi.
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Il profondo contrasto tra le sbarre e il paesaggio appena sopra mirava sempre a creare un disagio psicologico molto forte e costante.
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La volontà di disorientare il prigioniero per non fargli capire dove si trovasse si basava su tecniche raffinate. Le strutture di detenzione venivano costruite come fotocopie; la cosa sorprendente però non era tanto nella parte interna dell'architettura ma nella parte esterna. Lo scorcio di questo cortile a Hohenschönhausen, a Berlino Est era identico a tutti gli altri carceri presenti sul territorio: ovvero osservando da quella posizione ma in un altro cortile si sarebbe vista esattamente la stessa scena, con l'edificio verde e bianco a sbarrare lo sguardo.
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Il muro, la DDR. Il suo museo.
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